Mangiamo Trapanese!Una sezione dedicata alla cucina trapanese.

Con ricette trapanesi, immagini dei cibi, dei frutti, dei dolci che fanno della nostra terra un luogo speciale dove si torna con voglia... e specialmente con tanta voglia di mangiare!

Visualizzazione post con etichetta folklore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta folklore. Mostra tutti i post

mercoledì 26 ottobre 2016

A' marturana di Mariella. Tramandare la trapanesità.

Iò a' marturana unn'a sacciu fari. 

Mi piace cucinare e mi diletto a preparare e postare sul mioBlog articoli sulle ricette trapanesi, sulle delizie della nostra tavola. 

Ho anche creato una pagina a posta: Mangiamo trapanese...


In ogni caso, nel "mio repertorio" non c'è la ricetta della frutta marturana. 


L'odore dell'impasto dolce di zucchero, mandorle e aromi col quale si creano i "frutti", ovviamente, mi riporta al periodo ri' morti. 


Sapete ci sono odori che non riportano alla mente solo ricordi, ma in generale periodi, pezzi di vita. 


Mi ricordo con "dolcezza"... il sapore della marturana mangiata il giorno dei morti. Noi la compravamo dalla pasticceria Rinascente o da Bellezza o da Renda o da Culicchia. Avevamo ampia scelta a quei tempi al Centro storico, al Rione San Pietro.

Chiamarlo prodotto tipico locale è limitativo e limitante. Tipiche della Sicilia sono le mandorle che in primavera colorano le valli occidentali e orientali. Tipico è fare le forme della frutta o degli oggetti di uso comune. Il ricordo della marturana mangiata quel giorno è parte del mio modo di essere. 



Proprio da Culicchia c'erano i pupi ri zuccaro. A me non li hanno mai regalati. Me ne parlavano mia madre e mio zio in quelle sere d'estate affacciati al balcone che era tradizione nell'immediato dopoguerra regalarli ai bambini di quei tempi per i qualu i dolci erano un regalo ancora gradito. 

E poi c'era u giro o Cimitero.

A Trapani la visita dei cari estinti ha un sapore catartico. A "casa mia", non mancava anno che non si facesse. Può sembrare tenebroso, ma in realtà è stato il modo con cui ho avuto fin da piccolo presente il mio albero genealogico, la mia origine. Un di più al "solito" album fotografico. 

Continuare a festeggiare Ognissanti e i morte, oggi è importantissimo. 

I sociologi parlerebbero di un fenomeno sociale collegato alla glocalizzazione (termine usato in luogo di globalizzazione,  di cui non se ne sente più un gran parlare come anni fa,  probabilmente, perchè la stiamo vivendo in tutte le sue forme). 


E ci spiegherebbero che a fronte della tendenza delle società a globalizzarsi, ovvero ad avere sempre più tratti in comune tra di loro, in esse molto spesso nascono e crescono forme di "radicalizzazione" degli usi e dei costumi di una parte dei suoi componenti.


Ecco, allora, che oggi mantenere le tradizioni diventa quasi qualcosa di esistenziale. Per me rimane un modo per dimostrare a me stesso - e oggi anche ai miei figli - di avere un carattere, un'identità.

Siete d'accordo con me che nella marturana c'è molto di più di "dolcetto o scherzetto"? 

Preferisco un po' di marturana, magari su una bella fetta di cassata siciliana, simbolo di sicilianitá... ma anche della mia trapanesitudine. 

E la colpa di uno dei miei attacchi di trapanesitudine più recenti - che sfociamo in questo post - è di Mariella, una mia cara amica che sa fare a' marturana e me la spedirà. Se volete potete contattarla su fb o cliccare direttamente qui sotto.  


Per concludere il mio post volevo chiarire che qui - sul mioBlog - non troverete la ricetta ra' marturana. Ormai informarsi su come farla è facile con Google. Oppure potete chiederla a Mariella... :-) 

Io continuo "solo" a ricordare. A cercare di tramandare un pezzo di tradizioni trapanesi. 

E a mangiare marturana il giorno dei morti. Il mio modo di vivere le tradizioni della mia terra.

domenica 4 settembre 2016

Cùscusu ri' pisce a trapanise


Erano anni che chiedevo ad Anna, mia suocera, di farmi vedere. 

Non era mai successo. 

Un po' perché in pochi giorni di permanenza a Trapani . come di solito accade - non è mai facile coordinarsi. Un po' perché la ricetta del Cùscusu ri' pisce a trapanise è quasi un segreto da custodire gelosamente, è un'arte da imparare.

Ma ci sono riuscito. L'ho visto fare, l'ho fatto anche, anzi lu ncucciae!

Andiamo con ordine perchè prima della ricetta si devono spiegare alcuni modi di dire che fanno parte non solo del dialetto trapanese ma anche delle tradizioni della città tutta. Quindi pazientate un attimo, prima della fotoricetta e dell'elenco degli ingredienti!

Per prima cosa, si diceva: non cuscùs ma cùscusu! La dizione è importante!

Poi, in secondo luogo, u cùscusu non viene preparato, nè viene fatto, ma si 'ncoccia! Il procedimento è molto più semplice di quel che si crede o si possa dire. E serve a creare dei grumi grossolani di simmula (la semola di farina). Lo vedrete meglio nella fotoricetta.

A proposito, nella foto vedrete u' lemmo cioè il recipiente di terracotta verniciata a svasare che che serve a contenere la semola già lavorata, ma non vedrete a' mafaradda cioè l'apposito recipiente di terracotta verniciata a fondo piatto e bordi svasati dove s'incoccia u' cùscusu.

E poi ancora u cùscusu spunta... e su questo punto non ho molto da spiegarvi, ma dovete continuare a leggere per capirlo!

A questo punto, posso iniziare a raccontarvi come abbiamo fatto... 

Parlerò al plurale, ma in realtà è tutto merito di Anna! Che per la privacy non si vede in foto, cioè s'affrunta! Anna è anche la nonna della bimba che invece vedete in foto, ovvero Giorgia, mia figlia.  

Ad Anna vanno i complimenti perchè 2 kg di cùscusu sono stati spazzolati in meno di 30' da 10 persone di cui 2 bambini! 

Mi raccontano che u cùscusu era una cosa di famigghia e tutto quel che leggete in questo post è frutto dei suoi ricordi... o di quello che c'ho capito io!

Iniziamo...

 
Abbiamo messo un bel pizzico di sale in circa un litro d'acqua. 








Poi ne abbiamo versato un po' dentro a una ciotola. E' servita a inumidire la semola di volta in volta.







Poi Anna ha versato la semola in una ciotola più piccola (sarebbe stata a' mafaradda)  e cominciato a lavorarla con le dita.

In questo modo si sono formati dei grumi di varia consistenza, ma comunque piccoli. 






Ecco, questo si dice ncucciare u cùscusu!





Naturalmente, una volta finito di incucciare a simmula rintra a mafaradda (ora anche i neofiti dovrebbero capire), si passa rintra u' lemmo.








Il procedimento è tutto qui... si fa per dire perchè io c'ho provato e - si! che non è difficile - ma di sicuro è abbastanza lungo. E nella foto sopra vedete il risultato di mezz'ora di lavoro di polso e dita. 

Fine prima parte. 

Adesso si passa alla conza.

Una volta ncocciatu u cùscusu si deve condire (cunzarlo). 

Si! Si deve condire "crudo". La sua cottura avverrà infatti al vapore dentro a pignata cuscusu! Il cui funzionamento vedremo appresso.



Si deve condire a crudo con cipolla tritata, prezzemolo tagliuzzato, cannella, pepe, peperoncino e olio.













Prima di lasciarlo ripusare, l'abbiamo messo dentro a pignata cùscusu e c'abbiamo messo sopra dei gamberetti di Mazara.









Nella tradizione U cùscusu ri pisce a trapanise va cotto a vapore na pignata cùscusu, ovvero due pentoloni di terracotta che si incastrano tra loro. 


 Nella tradizione, si diceva, sono entrambe di terracotta e vengono "sigillate" attraverso una "guarnizione" che è un impasto di acqua e farina.

Nella foto affianco vedete il pentolone in basso (in inox in modo da diminuire i tempi di cottura con la stessa resa della terracotta) dove c'è l'acqua in ebollizione e il pentolone in alto che contiene il cùscusu sul cui fondo piatto sono ricavati dei buchi che permettono al vapore di passare e cuocere a' simmula.




                                                     







Fine seconda parte. 

Andiamo con la terza e ultima parte...

U' cùscusu ora va fatto ripusare. Infatti, dicevo che la preparazione della ghiotta ri pisce, la terza parte, l'ha fatta Anna l'indomani mattina.

Come prepararla mi è ancora un mistero - nel senso che l'ha fatta Anna la mattina presto quando tutti dormivano - ma vi garantisco che il suo sapore era fantastico. E i pesci che vedete nella foto di sotto me li sono mangiati tutti io... 



Diciamo che, pressappoco, Anna ha fatto una ghiotta con 2 kg di pesce da zuppa dove c'erano merluzzi, spigole, orate, sampietro, scorfanetti. Tutti pesci adatti a fare ghiotta! Mancava qualche 
capone o un grongo (u' runco in trapanese), o serrana (a' sirrania in trapanese), o triglia.

Anche la ghiotta ha il suo procedimento. Bisogna fare una trita di una grossa cipolla, farla appassire in olio di oliva dentro a un tegame più largo possibile e alto almeno 25 cm. Quando la cipolla è appassita, si aggiunge un trito di prezzemolo e 2 spicchi di aglio tritati.
Poi, vanno aggiunti un bicchiere di vino bianco, i pomodori rossi pelati e tritati. 

Appena il sugo si sta asciugando va aggiunta l'acqua, i pesci, il sale e il pepe e si lascia cuocere per 10-15 minuti a seconda del pesce. Poi u' broro va filtrato e messo nelle ciotole. Servirà per condire u' cùscusu.

Fine terza parte.

Adesso tutto è pronto per essere servito. Peccato che non si possa "scrivere" il profumo e il sapore del nostro cùscusu, ma era davvero buonissimo.

Ah già! U' cùscusu spunta... me l'ero quasi scordato! 

Dopo aver fatto ripusare u' cùscusu bisogna cuocerlo nella cuscusièra. Dovete cioè passare u' cùscusu 'ncucciato dal lemmo alla pignata cùscusu, unendo la parte superiore con la parte inferiore della pignata. Quando l'acqua bolle... u cùscusu spunta! Da quel momento, il fuoco va abbassato e la cottura dura per un'altra ora o giù di lì!

Insomma, U cùscusu ri pisce a trapanise è pronto! Asssittative a manciari!!!

Bonapetitto!!! ;-) 

sabato 3 settembre 2016

A' Jureca, la Torre dimenticata dai Trapanesi




In una stretta viuzza del centro storico trapanese, nel pieno del Rione San Pietro, resiste ancora una delle cinque Torri dello stemma della Città di Trapani. 

A' Jureca, la Torre Giudecca, è immersa nel quartiere, rimane nascosta dai vecchi palazzi costruiti intorno ad essa e perciò non facile da scovare, se non la si conosce. Io ci sono cresciuto "attorno".

E' - o dovrebbe essere - uno dei simboli più belli e antichi della città.

Ad onor del vero, la Torre fa parte di un complesso più ampio, quello di Palazzo Ciambra.

Discendenti da un regio algorizio che aveva fatto man bassa durante la cacciata degli ebrei e il cui stemma è visibile al centro del palazzo, i Ciambra lo eressero nel XVI secolo, inglobando la torre cittadina nello stabile. 

Le sue finiture e decorazioni hanno un sapore tutto iberico ed oltre a mostrare lo stile plateresco, tipicamente "spagnoleggiante" nelle bugne a diamante sulle pareti della torre, nei particolari delle finestre e dei portali, sono segno dell'affinità artistica e sociale tra la Sicilia e la Spagna. 

Com'è facile intuire, il palazzo sorge nel sito dell'antico ghetto ebraico trapanese dove gli Ebrei vivevano separati dai Cristiani per mezzo di un gruppo di fatiscenti baracche. Proprio alle spalle “della Giudecca”, da Iureca, c'è un'altra via stretta e tortuosa, Via Catito, u' Catito (dal latino "catonium" e dal greco "kàto", luogo peggiore, basso).


Stemma araldico della Famiglia Ciambra,
proprietaria di parte del palazzo.
Il palazzo ha subito numerose trasformazioni. Da sinagoga a Palazzo nobiliare, fino ad essere oggi in uno stato di semiabbandono, a' Iureca è un monumento di trapanesità. Forse, un po' dimenticato dai Trapanesi.

La sua bellezza parla da sola. Io ho solo scattato qualche foto per documentarla. 




Particolare della finestra con la bifora gotica, al centro della Torre. 

Bugne a punta di diamante,
tipico abbellimento delle abitazioni 
di inizio XVI secolo.

























Via Giudecca nel XX secolo (collezione Tonino Perrera)
da http://www.giornalekleos.it/salviamo-il-quartiere-della-giudecca-di-trapani/
Via Giudecca nel XXI secolo

Fonte Aretusa - Siracusa
Nella foto la "Giudecca" di Ortigia. Quella di Siracusa era la comunità ebraica più popolosa della Sicilia, dopo quella di Palermo. Il Quartiere ebraico della Giudecca, chiamato dai siracusani "A Iureca", è uno dei più antichi del centro storico di Ortigia. da http://www.lolhostel.com/it/ostello-siracusa/giudecca.html

Steripinto.jpg
Palazzo Steripinto a Sciacca. Lo Steripinto è uno dei più antichi palazzi della città di Sciacca, ancora oggi esistente. Gli elementi decorativi della facciata e la ricerca decorativa, fanno di questo palazzo uno degli insigni monumenti della città e un esempio dell'arte plateresca in Sicilia del tardo Gotico Rinascimentale. da https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Steripinto




N.B. Anche in questo caso, anche per questa pagina sto studiando per migliorarla e accrescerla.

martedì 15 marzo 2016

Volti da Trapani. I 'ngiúrie e i ragazzi di San Pietro


In italiano si può tradurre in tanti modi: per esempio soprannomi o nomignoli... 'ngiùrie... intraducibile!




Ma le 'ngiùrie sono uno dei tratti distintivi della cultura popolare trapanese.


La spontaneità del dialetto racchiude la forza, le emozioni, i sentimenti racchiusi in una 'ngiùria. Ce ne sono un'infinità e tra queste io vi racconto quelle dei miei anni...


A premessa va detto che le 'ngiùrie non sono - per così dire - codificate... nascono senza un perchè. 


Oppure ce l'hanno. Possono essere simpatiche o ai limiti dell'offesa, a volte perfino totalmente offensive!


Ognuna di loro è una storia da raccontare, un aneddoto simpatico da trasmettere, un piacevole ricordo di una città e di persone che abitano nei miei ricordi...


Ognuna di loro è un ragazzino, oggi diventato uomo...


Per esempio, c'era...


... Celentano. Nessuno, nemmeno lui, sa dirvi del perchè un giorno, durante una partitella sul marciapiede di San Pietro, un ragazzino più grande chiamò uno più piccolino: "Celentano!". Tutti però sanno - compreso lui - che da allora cambiò nome e tutti lo chiamarono così. Una volta si dice perfino sua madre!!!


... Nicola testa moddra... il perché questa volta è semplice da capire, ma spiegarvi a parole il movimento della testa di questo ragazzino mentre correva è improponibile... sono sicuro che quanti se lo ricordano si stanno sbellicando dalle risate! Sembrava che la sua testa fosse avvitata male sul suo collo! Divertentissimo!



... Petru malafiura... questo ragazzino non aveva vergogna di situazioni che gli altri ragazzini vivevano come un disagio, come una vergogna... per esempio ficcarsi sotto la macchina parcheggiata per recuperare il pallone incastrato sotto mentre il proprietario sbigottito apriva la sportello. Piccola nota di redazione: il ragazzino in questione sono io!!!



... Medelino, lo chiamava così solo un ragazzo più grande, fratello di una delle ragazzine della compagnia... forse lo chiamava così perché era smilzo, piccoletto... paradossale quanto comico che nel corso degli anni e per vicissitudini varie questo ragazzo sia divenuto molto meno smilzo... anzi si direbbe extralarge!



... Milinciana, ereditiere della 'ngiuria del padre, che - si diceva - avesse fatto una vincita all'Enalotto e andando a riscuotere la vincita esclamò:"Arrivao u camion ri milinciane?!?"


... Tore messicano, che oltre a lavorare come barista alla torrefazione di Corso Italia "Messican Caffè", si comprò pure il sombrero e la chitarra per entrare meglio nel personaggio!


E quasi come un finale di un romanzo, voglio citare le n'giurie classiche, quelle più conosciute a Trapani - direi da decenni almeno...


... U motto... ovvero il primo discount dell'abbigliamento a Trapani.

.... Mazzabubù... un omino piccolo che vendeva il pesce trasportato sul suo carretto, voce rauca e nirvino smosso...

e infine, proprio per finire... Nasune, immagine simbolo di altri tempi, cartolina di un'epoca, sapori di una Trapani passata, del rione San Pietro ai miei tempi.

domenica 19 gennaio 2014

La mia Processione

Come spieghereste a un milanese o a un altro siciliano che "vi sentite trapanesi"? 

L'appartenenza non è certo un qualità innata. Diceva Giorgio Gaber in una sua celebre canzone così intitolata:

"L'appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé"


Se devo far capire a un milanese o a un altro siciliano perché, prima di sentirmi italiano e siciliano, io mi sento trapanese userei due parole: I Misteri.

Chi li ha portati, chi ricorda "i scinnute", "i sciute", " i trasute", i "ciuri pa Maronna", l'"annacata sutta u Viscuvo", chi da piccolino preparava i "misteri in miniatura", chi ha pianto mentre "annacava", chi piange ancora quando prigioniero dietro uno schermo asciuga le lacrime al suono delle bande che accompagnano le "vare", chi telefona a casa ai parenti per sentire "a musica" per telefono, chi a ogni "marcia chi attacca" comincia a dire:"ma chissa è a Vella o u Ione? No iò rìco è u' Pax", chi ricorda il profumo della cera a terra e il rumore delle gomme delle auto che la mattina "cigolavano" per le vie del centro storico...

"L'appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme 
non è il conforto di un normale voler bene 
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé"

E allora avrà anche avuto ragione mons. Plotti - ex amministratore apostolico della Diocesi - a dire che nella processione "
non c'è un messaggio che viene percepito, per cui, talvolta, diventano folclore un po' kitsch", ma alle parole "un po' kitsch" sostituirei "molto trapanese"!!! E alla parte "non c'è un messaggio che viene percepito" sostiturei " i trapanesi dicono chi sono durante la Processione dei Misteri"

Appello al Vescovo S.E. Mons. Pietro Maria Frangelli. Torneranno gli "incappucciati" alla Processione dei Misteri? La tradizione di far sfilare per le vie di Trapani uomini coperti in volto è antica di qualche secolo e risale ai primordi della Processione, quando ancora i Misteri erano organizzati dalle Confraternite. Non c'è alcun richiamo massonico o altre fesserie varie. 

Comunque...


Io non so se è blasfemia, ma religione o no, giusto o sbagliato, fenomeno culturale o no, la Processione dei Misteri è la fotografia - forse sì folkloristica e dilatata - di Trapani e dei Trapanesi.

Ho scritto perciò della mia processione, sapendo di aver fatto una forzatura evidente. La processione dei Misteri non è di nessuno. Non è dei Trapanesi, nè di quelli belli nè di quelli brutti, nè dei lanzati, nè dei tasci. 

E' un patrimonio dell'umanità. E' di tutti e di nessuno. Rappresenta la Fede e il Folklore. E' un flashback, è un'istantanea di noi, dei nostri avi e della nostra progenie. 

Mostra il presente che è scolpito nel passato. E nel presente mostra che ci saremo.
Parla di alcuni tratti di Trapani che non ci sono più. La tela e la colla hanno unito una storia di uomini che va aldilà di quel che vediamo. Non solo religione. E' di più.

Io ho dato soltanto un mio punto di vista. Ho condiviso alcune foto - non recentissime, ma sono le ultime che ho trovato nei miei hd - e sopratutto le mie emozioni, comuni credo a tanti altri trapanesi in giro per il mondo. Per lenire la trapanesitudine e portare avanti le tradizioni e la cultura della mia terra madre.

In questa pagina vi racconto la Processione dei Misteri. Non pretendo di fare il conoscitore della Processione. Per quello vi rimando al sito di Beppino Tartaro La Processione dei Misteri e a tutti gli altri dedicati alla storia e alla cultura di Trapani. 

E allora vi racconto La mia Processione, che da oggi è una nuova pagina del mioblog. 





venerdì 13 dicembre 2013

A Santa Lucia si mancia la cuccia...

"Và susitivi ch'è tardu, v' addumativi a cuccia, e s' un minni rati a mia, a pignàta vi scattìa"

Certo, ai più può essere difficile la traduzione. Ma - mi auguro - per tanti altri sarà bello ricordare una tradizione di quand'eravamo piccoli. 

A me ricorda la mia nonna materna, Nonna Dina, che già in passato ha ispirato qualche altro mio post.

Tutta la sua vita per me è stata memoria storica di una Trapani ormai visibile solo nelle cartoline ingiallite e rovinate dal tempo e - si direbbe - dall'incuria di noi picciotti ru annu che non sappiamo e non abbiamo saputo tenere alle nostre origini.

La mattina di Santa Lucia c'era una colazione diversa. Sarò sincero: non l'amavo particolarmente. Il sapore rustico del frumento cotto riusciva a piacermi solo con tanto zucchero e poco vino cotto. La cuccìa, insomma, era sì tradizione, ma in effetti non così accattivante da sostituire il mio latte e caffè quotidiano che mi serviva per un'altra giornata nel mio Liceo.

Oggi, a distanza di qualche anno ormai e lontano da Trapani, la tradizione si è perpetuata e a casa i miei figli hanno mangiato cuccia e arancine, stasera mangeremo riso al forno e nessuno di noi mangerà pane come segno di devozione alla Santa.

Vecchie tradizioni, si dirà. Chi se ne importa oggi di tutto ciò?

Io continuo nella mia opera: ricordare, ricordare, ricordare. Per non perdere ciò che siamo stati e per costruire ciò che saranno i nostri figli. Il futuro non può essere patinato e sfuggente. 

Riappropriamoci del passato per costruire il futuro!











domenica 10 novembre 2013

I mufuletti di San Martino, tradizione trapanese

Quando frequentavo le Scuole Elementari, a San Pietro a Trapani, i scole San Petro (allora era il 1°Circolo Didattico, ora chissà come si chiamerà), la maestra ce lo spiegò e da allora ci faccio sempre attenzione. L'11 Novembre è l'estate di San Martino. 


In effetti, a Trapani, negli ultimi anni, è un po' più difficile notare che ci sia, dato che il clima sembra essersi davvero tropicalizzato al punto da sentire che ancora oggi fa caldo quasi estivo. Beati i trapanesi residenti in città!

E per San Martino a Trapani c'è un'usanza, come per tutte le belle feste della nostra tradizione: i "mufuletti". 

I "mufuletti" sono un tipo di pane preparato a Trapani (in altre parte della Sicilia vengono fatti anche per i Morti) per la festa di San Martino. Io ricordo che, fin quando vivevo a Trapani, lo mangiavamo ogni anno. Forse un po' più che un'usanza... L’etimologia potrebbe essere francese da 'muoflette', morbido, o da 'mouflard', paffuto, comunque è un tipo di pane davvero buono come tutto il pane fatto a Trapani e in Sicilia tutta. 

Il pane siciliano da solo può sostituire un pasto. Noi lo compravamo in un fornaio in via Mercè (non so se ancora esiste, non ci passo da anni) che aveva la classica vetrina dove in mostra c'era il BendiDio: i vasteddre, u' cucciddrato, i cabbuci, e  poi i focaccie, i treccine cu' zuccaro, a pizza ru furnaro (quella che i palermitani chiamano sfinciune)... ho l'acquolina in bocca!!!

Poi ci sono i pani votivi, quello di San Giuseppe e quello di san Biagio, che a Salemi diventano movimento di tutto un paese.

Per me, purtroppo anche quest'anno, i mufuletti rimangono un ricordo di un tempo che non c'è più e che compone solo i miei ricordi, tutti trascorsi a Trapani. O forse, sono un po' più di un semplice e sentimentale ricordo.

Qualche giorno fa, infatti, è stata la festa dei Morti. Certo sembra strano scriverla così, ma molto meglio che dire Halloween... molto meglio che farsi conquistare da feste estranee alla nostra tradizione, ma soprattutto vuote di alcun significato a differenza della festa dei Morti, per esempio, che tradizionalmente aveva il compito di tramandare il ricordo delle generazioni che non c'erano più nel tentativo di dare qualcosa alle nuove. E, quindi, anche a Udine, dove vivo, ho mangiato la martorana e le noci. E mia moglie ha pensato a sistemare sotto il cuscino di nostra figlia  u' cannistru, un pacchettino con frutta secca, cioccolatini e altri dolciumi come la frutta di martorana, appunto, portato dai Morti... 

Potrà sembrare retrò, ma ci crediamo. Crediamo nel valore delle tradizioni, nel senso dell'appartenenza, non solo geografica ma soprattutto di valori, di credenze, di modi di essere. Trapanesitudine!

E scrivere dei mufuletti, per San Martino, serve a questo... scrivere per tramandare... tramandare per non soccombere alla globalizzazione delle menti!