Mangiamo Trapanese!Una sezione dedicata alla cucina trapanese.

Con ricette trapanesi, immagini dei cibi, dei frutti, dei dolci che fanno della nostra terra un luogo speciale dove si torna con voglia... e specialmente con tanta voglia di mangiare!

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domenica 4 settembre 2016

Cùscusu ri' pisce a trapanise


Erano anni che chiedevo ad Anna, mia suocera, di farmi vedere. 

Non era mai successo. 

Un po' perché in pochi giorni di permanenza a Trapani . come di solito accade - non è mai facile coordinarsi. Un po' perché la ricetta del Cùscusu ri' pisce a trapanise è quasi un segreto da custodire gelosamente, è un'arte da imparare.

Ma ci sono riuscito. L'ho visto fare, l'ho fatto anche, anzi lu ncucciae!

Andiamo con ordine perchè prima della ricetta si devono spiegare alcuni modi di dire che fanno parte non solo del dialetto trapanese ma anche delle tradizioni della città tutta. Quindi pazientate un attimo, prima della fotoricetta e dell'elenco degli ingredienti!

Per prima cosa, si diceva: non cuscùs ma cùscusu! La dizione è importante!

Poi, in secondo luogo, u cùscusu non viene preparato, nè viene fatto, ma si 'ncoccia! Il procedimento è molto più semplice di quel che si crede o si possa dire. E serve a creare dei grumi grossolani di simmula (la semola di farina). Lo vedrete meglio nella fotoricetta.

A proposito, nella foto vedrete u' lemmo cioè il recipiente di terracotta verniciata a svasare che che serve a contenere la semola già lavorata, ma non vedrete a' mafaradda cioè l'apposito recipiente di terracotta verniciata a fondo piatto e bordi svasati dove s'incoccia u' cùscusu.

E poi ancora u cùscusu spunta... e su questo punto non ho molto da spiegarvi, ma dovete continuare a leggere per capirlo!

A questo punto, posso iniziare a raccontarvi come abbiamo fatto... 

Parlerò al plurale, ma in realtà è tutto merito di Anna! Che per la privacy non si vede in foto, cioè s'affrunta! Anna è anche la nonna della bimba che invece vedete in foto, ovvero Giorgia, mia figlia.  

Ad Anna vanno i complimenti perchè 2 kg di cùscusu sono stati spazzolati in meno di 30' da 10 persone di cui 2 bambini! 

Mi raccontano che u cùscusu era una cosa di famigghia e tutto quel che leggete in questo post è frutto dei suoi ricordi... o di quello che c'ho capito io!

Iniziamo...

 
Abbiamo messo un bel pizzico di sale in circa un litro d'acqua. 








Poi ne abbiamo versato un po' dentro a una ciotola. E' servita a inumidire la semola di volta in volta.







Poi Anna ha versato la semola in una ciotola più piccola (sarebbe stata a' mafaradda)  e cominciato a lavorarla con le dita.

In questo modo si sono formati dei grumi di varia consistenza, ma comunque piccoli. 






Ecco, questo si dice ncucciare u cùscusu!





Naturalmente, una volta finito di incucciare a simmula rintra a mafaradda (ora anche i neofiti dovrebbero capire), si passa rintra u' lemmo.








Il procedimento è tutto qui... si fa per dire perchè io c'ho provato e - si! che non è difficile - ma di sicuro è abbastanza lungo. E nella foto sopra vedete il risultato di mezz'ora di lavoro di polso e dita. 

Fine prima parte. 

Adesso si passa alla conza.

Una volta ncocciatu u cùscusu si deve condire (cunzarlo). 

Si! Si deve condire "crudo". La sua cottura avverrà infatti al vapore dentro a pignata cuscusu! Il cui funzionamento vedremo appresso.



Si deve condire a crudo con cipolla tritata, prezzemolo tagliuzzato, cannella, pepe, peperoncino e olio.













Prima di lasciarlo ripusare, l'abbiamo messo dentro a pignata cùscusu e c'abbiamo messo sopra dei gamberetti di Mazara.









Nella tradizione U cùscusu ri pisce a trapanise va cotto a vapore na pignata cùscusu, ovvero due pentoloni di terracotta che si incastrano tra loro. 


 Nella tradizione, si diceva, sono entrambe di terracotta e vengono "sigillate" attraverso una "guarnizione" che è un impasto di acqua e farina.

Nella foto affianco vedete il pentolone in basso (in inox in modo da diminuire i tempi di cottura con la stessa resa della terracotta) dove c'è l'acqua in ebollizione e il pentolone in alto che contiene il cùscusu sul cui fondo piatto sono ricavati dei buchi che permettono al vapore di passare e cuocere a' simmula.




                                                     







Fine seconda parte. 

Andiamo con la terza e ultima parte...

U' cùscusu ora va fatto ripusare. Infatti, dicevo che la preparazione della ghiotta ri pisce, la terza parte, l'ha fatta Anna l'indomani mattina.

Come prepararla mi è ancora un mistero - nel senso che l'ha fatta Anna la mattina presto quando tutti dormivano - ma vi garantisco che il suo sapore era fantastico. E i pesci che vedete nella foto di sotto me li sono mangiati tutti io... 



Diciamo che, pressappoco, Anna ha fatto una ghiotta con 2 kg di pesce da zuppa dove c'erano merluzzi, spigole, orate, sampietro, scorfanetti. Tutti pesci adatti a fare ghiotta! Mancava qualche 
capone o un grongo (u' runco in trapanese), o serrana (a' sirrania in trapanese), o triglia.

Anche la ghiotta ha il suo procedimento. Bisogna fare una trita di una grossa cipolla, farla appassire in olio di oliva dentro a un tegame più largo possibile e alto almeno 25 cm. Quando la cipolla è appassita, si aggiunge un trito di prezzemolo e 2 spicchi di aglio tritati.
Poi, vanno aggiunti un bicchiere di vino bianco, i pomodori rossi pelati e tritati. 

Appena il sugo si sta asciugando va aggiunta l'acqua, i pesci, il sale e il pepe e si lascia cuocere per 10-15 minuti a seconda del pesce. Poi u' broro va filtrato e messo nelle ciotole. Servirà per condire u' cùscusu.

Fine terza parte.

Adesso tutto è pronto per essere servito. Peccato che non si possa "scrivere" il profumo e il sapore del nostro cùscusu, ma era davvero buonissimo.

Ah già! U' cùscusu spunta... me l'ero quasi scordato! 

Dopo aver fatto ripusare u' cùscusu bisogna cuocerlo nella cuscusièra. Dovete cioè passare u' cùscusu 'ncucciato dal lemmo alla pignata cùscusu, unendo la parte superiore con la parte inferiore della pignata. Quando l'acqua bolle... u cùscusu spunta! Da quel momento, il fuoco va abbassato e la cottura dura per un'altra ora o giù di lì!

Insomma, U cùscusu ri pisce a trapanise è pronto! Asssittative a manciari!!!

Bonapetitto!!! ;-) 

sabato 26 marzo 2016

Pane e Panelle

Negli ultimi dieci anni lo Street food è diventato un'arte culinaria sempre più pubblicizzata agli occhi del grande pubblico.

Quando stavo a San Pietro a Trapani, noi non sapevamo proprio cosa fosse, ma conoscevamo certamente le panelle, specialmente quelle da za Paolina.

Erano anni diversi del quartiere San Pietro. A partire dall'urbanistica abbastanza diversa dall'attuale: la via XXX Gennaio, allora come oggi, si percorreva nello stesso senso di marcia odierno con la differenza però che superato il Tribunale, la strada era sbarrata da un palazzo vecchio, cadente e disabitato - un po' la condizione di tutto il quartiere - sotto al quale c'era u' sciosco ra za Paolina a panellara...


Non posso e non voglio certo paragonarmi a lei o ai suoi "eredi" che continuano a vendere panelle a Trapani, ma, in ogni caso, quando le faccio io non sono male e quindi la ricetta merita di essere inserita sul mioBlog.

Andiamo con gli ingredienti: 
- 500gr di farina di ceci;
- olio d'oliva;
- 1,5 litro d’acqua;
- sale;
- pepe; 
- prezzemolo.

In una pentola mettete l'acqua (fredda) e cominciate ad amalgamare energicamente la farina di ceci setacciandola. 


Continuando girare con una paletta di legno e sempre nello stesso senso, accendete il fornello a fuoco medio. Da quando il composto comincia ad addensare cuocete per altri 15' circa. Nella preparazione aggiungete anche sale, pepe e prezzemolo.

Attenzione a non creare grumi (io mi aiuto col mixer) e a non fare attaccare il tutto alla pentola. Il composto poi va fatto riposare (ma non in frigo) dentro a una casseruola rettangolare in modo da creare poi delle panelle rettangolari.

Nelle rosticcerie trapanesi vengono serviti anche col ketchup, la maionese o la "salsa rosa"...

Io consiglio di mangiarle nel tipico "bocconcino"  - panino di farina 00 con semi di sesamo sopra -  solo con sale pepe e limone... 


e vire chi mance!!!


Ecco la fotoricetta...



 
 

 


 
 
 
 
 
 





















domenica 20 marzo 2016

Sarde a beccafico

Raccontano che le sarde a beccafico siano un piatto ereditato da un altro più nobile cucinato nelle case dei nobili palermitani, ghiotti dei beccafico, uccellini che venivano riempiti con un preparato molto simile a quello oggi usato nelle nostre sarde... In realtà, a Trapani non le ho mai mangiate e a me la ricetta l'ha spiegata un palermitano... ma sono talmente buone che meritano di essere divulgate e conosciute da quante più persone possibili... Trapanesi e non!

Iniziamo con gli ingredienti:
- 1 Kg di sarde abbastanza grosse
- 150 g di “muddica atturrata”
- 20 g di uva passa
- 20 g di pinoli
- succo di due limoni
- 2 spicchi di aglio
- 1 cucchiaio di zucchero
- 1 arancia
- addauro (alloro)
- prezzemolo
- olio extra vergine di oliva
- sale e pepe  

Per quanto riguarda la preparazione non è affatto complicata. 

Sfilettare le sarde, pulendole sotto l'acqua corrente. 
Preparare un trito di pinoli, uva passa, aglio e prezzemolo da unire alla muddica appena è atturrata al punto giusto! (per farlo mettete il pan grattato in una padella con un filo d'olio d'oliva e attendere che prenda il colorito della foto)

Il composto ottenuto sarà il ripieno delle nostre sarde.

Man mano che sistemate gli involtini di sarde - o se volte fatelo alla fine, io ho fatto così - aggiungete tra una e l'altra una foglia di alloro e una fetta d'arancia.

Appena finite di sistemarle in una teglia, infornate a 180° per 15 minuti circa aggiungendo un po di succo di limone e filo d'olio....

E viri chi mance!!!


A seguire la fotoricetta.















venerdì 13 dicembre 2013

A Santa Lucia si mancia la cuccia...

"Và susitivi ch'è tardu, v' addumativi a cuccia, e s' un minni rati a mia, a pignàta vi scattìa"

Certo, ai più può essere difficile la traduzione. Ma - mi auguro - per tanti altri sarà bello ricordare una tradizione di quand'eravamo piccoli. 

A me ricorda la mia nonna materna, Nonna Dina, che già in passato ha ispirato qualche altro mio post.

Tutta la sua vita per me è stata memoria storica di una Trapani ormai visibile solo nelle cartoline ingiallite e rovinate dal tempo e - si direbbe - dall'incuria di noi picciotti ru annu che non sappiamo e non abbiamo saputo tenere alle nostre origini.

La mattina di Santa Lucia c'era una colazione diversa. Sarò sincero: non l'amavo particolarmente. Il sapore rustico del frumento cotto riusciva a piacermi solo con tanto zucchero e poco vino cotto. La cuccìa, insomma, era sì tradizione, ma in effetti non così accattivante da sostituire il mio latte e caffè quotidiano che mi serviva per un'altra giornata nel mio Liceo.

Oggi, a distanza di qualche anno ormai e lontano da Trapani, la tradizione si è perpetuata e a casa i miei figli hanno mangiato cuccia e arancine, stasera mangeremo riso al forno e nessuno di noi mangerà pane come segno di devozione alla Santa.

Vecchie tradizioni, si dirà. Chi se ne importa oggi di tutto ciò?

Io continuo nella mia opera: ricordare, ricordare, ricordare. Per non perdere ciò che siamo stati e per costruire ciò che saranno i nostri figli. Il futuro non può essere patinato e sfuggente. 

Riappropriamoci del passato per costruire il futuro!











domenica 10 novembre 2013

I mufuletti di San Martino, tradizione trapanese

Quando frequentavo le Scuole Elementari, a San Pietro a Trapani, i scole San Petro (allora era il 1°Circolo Didattico, ora chissà come si chiamerà), la maestra ce lo spiegò e da allora ci faccio sempre attenzione. L'11 Novembre è l'estate di San Martino. 


In effetti, a Trapani, negli ultimi anni, è un po' più difficile notare che ci sia, dato che il clima sembra essersi davvero tropicalizzato al punto da sentire che ancora oggi fa caldo quasi estivo. Beati i trapanesi residenti in città!

E per San Martino a Trapani c'è un'usanza, come per tutte le belle feste della nostra tradizione: i "mufuletti". 

I "mufuletti" sono un tipo di pane preparato a Trapani (in altre parte della Sicilia vengono fatti anche per i Morti) per la festa di San Martino. Io ricordo che, fin quando vivevo a Trapani, lo mangiavamo ogni anno. Forse un po' più che un'usanza... L’etimologia potrebbe essere francese da 'muoflette', morbido, o da 'mouflard', paffuto, comunque è un tipo di pane davvero buono come tutto il pane fatto a Trapani e in Sicilia tutta. 

Il pane siciliano da solo può sostituire un pasto. Noi lo compravamo in un fornaio in via Mercè (non so se ancora esiste, non ci passo da anni) che aveva la classica vetrina dove in mostra c'era il BendiDio: i vasteddre, u' cucciddrato, i cabbuci, e  poi i focaccie, i treccine cu' zuccaro, a pizza ru furnaro (quella che i palermitani chiamano sfinciune)... ho l'acquolina in bocca!!!

Poi ci sono i pani votivi, quello di San Giuseppe e quello di san Biagio, che a Salemi diventano movimento di tutto un paese.

Per me, purtroppo anche quest'anno, i mufuletti rimangono un ricordo di un tempo che non c'è più e che compone solo i miei ricordi, tutti trascorsi a Trapani. O forse, sono un po' più di un semplice e sentimentale ricordo.

Qualche giorno fa, infatti, è stata la festa dei Morti. Certo sembra strano scriverla così, ma molto meglio che dire Halloween... molto meglio che farsi conquistare da feste estranee alla nostra tradizione, ma soprattutto vuote di alcun significato a differenza della festa dei Morti, per esempio, che tradizionalmente aveva il compito di tramandare il ricordo delle generazioni che non c'erano più nel tentativo di dare qualcosa alle nuove. E, quindi, anche a Udine, dove vivo, ho mangiato la martorana e le noci. E mia moglie ha pensato a sistemare sotto il cuscino di nostra figlia  u' cannistru, un pacchettino con frutta secca, cioccolatini e altri dolciumi come la frutta di martorana, appunto, portato dai Morti... 

Potrà sembrare retrò, ma ci crediamo. Crediamo nel valore delle tradizioni, nel senso dell'appartenenza, non solo geografica ma soprattutto di valori, di credenze, di modi di essere. Trapanesitudine!

E scrivere dei mufuletti, per San Martino, serve a questo... scrivere per tramandare... tramandare per non soccombere alla globalizzazione delle menti!









martedì 22 ottobre 2013

Dici Pesto (alla trapanese)... mangi Pasta (cu l'agghia)!

Complicarsi la vita con le definizioni non fa proprio per questo blog... 

A pasta cu l'agghia avi sulu un sapuri! 

Iniziamo con gli ingredienti: aglio, basilico e sale. Diciamo meglio: agghia ri Nubia, basiricò e sale ri Saline!


Naturalmente ci vuole un buon mortaio! Diciamolo meglio: ci vole u muttaru!




Poi mettiamo dentro il mortaio l'aglio, il sale e il basilico e si comincia a pistare (ossia pigiare) fin quando non si forma un composto non omogeneo, il pesto appunto. 

Non suona bene: mittite l'agghia, u sala e u basiricò rintra u muttaro e pistate!



Poi pelate i pomodori e tagliateli, se volete. Comunque non metteteli dentro il mortaio, ma in una insalatiera abbastanza capiente e scaccitili chi mano... 
Il pomodoro va schiacciato con le mani infatti, magari prima sbollentato in acqua caldo (vi aiuterà anche a togliere la buccia), oppure se vole (come nella foto) fatelo a pezzettini e poi pestatelo nel mortaio, ma comunque ben schiacciato.



Amalgamate bene pomodori e pesto, meglio se utilizzate un insalatiera grande...


... e aggiungete olio.







E cosa ci vuole per accompagnare adeguatamente a pasta cu' l'agghia? Bravi! I milinciane fritte!!!!





E il pranzo è servito!!! Buon appetito a tutti!!!